Pier Paolo Pasolini è stato un grande poeta, ma anche scrittore, regista, drammaturgo, giornalista e sceneggiatore italiano. Ad oggi i suoi scritti e i suoi film sono rimasti indelebili all’interno della cultura italiana, fonte di ispirazione per tutti gli appassionati di cinema e letteratura.

In qualità di un attento e scrupoloso osservatore della società e dei suoi cambiamenti, soprattutto a livello politico, intorno alla figura di Pier Paolo Pasolini si sono susseguite anche numerose critiche e polemiche. Al centro di tutto si è trovata la sua omosessualità e le sue critiche senza filtri a riguardo di una società vittima dei consumi risalente al periodo del dopoguerra.

Ma quali sono le opere poetiche rimaste nella storia di Pier Paolo Pasolini? Scopriamolo insieme all’interno della classifica redatta nei paragrafi successivi.

L’umile Italia

Ah, rondini, umilissima voce,
dell’umile Italia! Che festa
alle pasquali fonti, alle foci
dei fiumi padani, alla mesta
luce della piazzetta, dei noci,
dei filari a festoni da gelso
a gelso, che ai vostri garriti
verdeggiano più umani! Che eccelso
significato in quel vostro perso
groviglio, nuovo, di gridi antichi.

E’ dentro il tempo dato al puro,
allo struggente passare che
lanciate con sopita furia
quei vostri gridi: in sé,
quieto, li accoglie un già scuro
cielo primaverile, o un’alba,
o un lieto mezzogiorno… E passa,
con lo stupendo tempo che gli alberi
ingemma e spoglia, le ore scialbe
accende, raggela i caldi sassi.

E’ nel tempo puramente umano,
accoratamente umano, che
s’incide il vostro guizzo vano
di animale dolcezza, è
-insieme prossimo e lontano-
nel tempo che non torna , e torna
sempre sopra il mondo che non ha
rimpianti, a sprofondar la gorna
solatia, l’acre aia, l’adorna
campagna, quasi in perdute età.

E’ indifferenza o nostalgia
il sentimento – anch’esso umano
e fuggitivo- di chi vi spia,
in quel meriggio, in quel gramo
vespro, perse in turchine scie…
La natura vi dà e la natura
vi esprime nel cuore che stordite.
Il tempo che uguale s’infutura
con sé vi trasporta nell’oscura
monotonia che rinnova le vite.

Ah, non è il tempo della storia,
questo, della vita non perduta,
non sono questi gli alti, incolori
luoghi di una patria divenuta
coscienza oltre la memoria.
Ma dove meglio riconoscerli
che in questi antichissimi incanti
in cui son più vicini? Fossili
d’un’esistenza che ai commossi
occhi, non si svela, si canta?

Dove meglio capire, intera,
la natura che deve farsi
nazione, l’ombra che s’avvera
nella chiarezza? Ah dolci intarsi
che nella vellutata sera
della Venezia, della Lombardia,
-terrorizzata quasi nella
troppa ebbrezza, nella pazzia
che troppo la trascina – pia
la rondine intreccia sulla terra.

Più è sacro dov’è più animale
il mondo: ma senza tradire
la poeticità, l’originaria
forza, a noi tocca esaurire
il suo mistero in bene e in male
umano. Questa è l’Italia e
non è questa l’Italia: insieme
la preistoria e la storia che
in essa sono convivano, se
la luce è frutto di un buio seme.

Supplica a mia madre

È difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.

Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:

Ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.

Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

L’alba meridionale

Torno, ritrovo il fenomeno della fuga
del capitale, l’epifenomeno
dell’avanguardia.

La polizia tributaria
fruga in quel fatto privato che sono i soldi,
contaminati da carità, dolenti
di inspiegabili consunzioni, e pieni
di senso di colpa, come il corpo da ragazzi:
però con mia gongolante leggerezza perché qua,
non c’è da accertare nulla, se non la mia ingenuità.
Torno, e trovo milioni di uomini occupati
soltanto a vivere come barbari discesi
da poco su una terra felice, estranei
ad essa, e suoi possessori.

Così nella vigilia
della Preistoria che a tutto ciò darà senso,
riprendo a Roma le mie abitudini
di bestia ferita, che guarda negli occhi,
godendo del morire, i suoi feritori…

Pioggia sui confini

Giovinetto, piove il Cielo
sui focolari del tuo paese,
sul tuo viso di rosa e miele
nuvoloso nasce il mese.

Il sole scuro di fumo,
sotto i rami del gelseto,
ti brucia e sui confini,
tu solo, canti i morti.

Giovinetto, ride il Cielo
sui balconi del tuo paese,
sul tuo viso di sangue e fiele,
rasserenato muore il mese.

Alla mia nazione

Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico 
ma nazione vivente, ma nazione europea: 
e cosa sei?

Terra di infanti, affamati, corrotti, 
governanti impiegati di agrari, prefetti codini, 
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi, 
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti, 
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino! 


Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci 
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti, 
tra case coloniali scrostate ormai come chiese. 
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti, 
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente. 
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare 
che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male. 

Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.