Il 2026 dell’oro si è aperto con un primato che pochi mercati possono vantare. Alla fine di gennaio il metallo ha toccato un massimo storico di poco superiore ai 5.400 dollari l’oncia, secondo i dati del World Gold Council, coronando una salita cominciata diversi anni prima. Nei mesi successivi la quotazione è rientrata verso i 4.000 dollari, in flessione di circa il 7% da inizio anno. Come leggere questo piccolo riassestamento? Per fare chiarezza ci siamo rivolti a un esperto come Mauro Galignani, titolare di Compro Oro Bande Nere che opera nel settore da oltre vent’anni e segue quotidianamente l’andamento delle quotazioni.
Le ragioni dell’assestamento
Il raffreddamento degli ultimi mesi nasce soprattutto dalle aspettative sui tassi d’interesse. I mercati hanno progressivamente escluso un allentamento rapido della politica monetaria e si sono convinti che i tassi resteranno elevati ancora a lungo, e già questa previsione ha spostato i capitali. Il meccanismo è familiare agli operatori: quando i rendimenti dei titoli di Stato restano alti, chi li acquista incassa una cedola periodica, mentre l’oro non produce alcun reddito e viene remunerato solo dall’aumento del prezzo. A pesare è stato anche il rientro del premio geopolitico, perché l’avvio di alcuni colloqui internazionali ha ridotto la tensione che nei mesi precedenti aveva sospinto la domanda di beni rifugio.
Nonostante la flessione, però, si resta su livelli storicamente elevati. Il confronto con il passato recente lo mostra bene, come mette in evidenza anche Galignani: «Nel 2023 l’oncia trattava intorno ai 2.000 dollari e a metà 2024 aveva superato i 2.500, così che oggi il metallo vale all’incirca il doppio rispetto a due anni prima». Per Galignani, insomma, si tratta di un comportamento del tutto fisiologico: un metallo che sale in modo verticale prima o poi conosce una pausa, e in vent’anni di mestiere ha visto ripetersi cicli simili. Il livello attorno a cui il prezzo si è stabilizzato, in ogni caso, rimane molto più alto di quello dei primi anni Venti.
Cosa significa per chi possiede oro oggi
Con quotazioni ancora elevate, la domanda più concreta per molte famiglie riguarda il valore di ciò che già possiedono. Su questo pesano due variabili semplici. La prima è la caratura, cioè la purezza del metallo: un gioiello a 18 carati contiene il 75% di oro fino, mentre monete e lingotti da investimento raggiungono purezze superiori. Il titolo è di norma inciso sul pezzo dal punzone, con le sigle 750 per i 18 carati, 585 per i 14 e 999 per il metallo fino; dove il marchio resta leggibile l’identificazione è immediata, mentre negli altri casi la verifica strumentale stabilisce la purezza reale. La seconda è la quotazione del giorno, che varia di continuo seguendo i mercati internazionali e stabilisce quanto vale ogni grammo in quel preciso momento. Il valore riconosciuto nasce dall’incrocio di questi due dati, frutto di un calcolo preciso. Su questo, però, incide anche l’operatore a cui ci si rivolge, perché le condizioni di acquisto possono cambiare da un banco all’altro. A questo proposito, Galignani specifica: «Noi non applichiamo commissioni, questo significa che la quotazione che diamo, oggi fino a 77,00 euro al grammo per l’oro usato, non viene intaccata da trattenute».
Cosa aspettarsi nel prossimo futuro?
Alla luce dello scenario attuale, cosa c’è da aspettarsi nei prossimi mesi? Galignani preferisce la prudenza e guarda con cautela a chi annuncia previsioni con troppa sicurezza, perché il prezzo dell’oro dipende da variabili che nessun operatore controlla, dalle decisioni delle banche centrali sui tassi all’evoluzione degli scenari internazionali. Il suo punto fermo riguarda piuttosto la funzione del metallo, che torna a essere un riferimento ogni volta che cresce l’incertezza, oggi come in passato. Le oscillazioni, anche marcate, fanno parte della storia dell’oro, che ha sempre alternato corse rapide e lunghe fasi laterali, e leggerle come un’inversione di tendenza sarebbe un errore di prospettiva.
È importante distinguere due forze in gioco, che spingono in direzioni opposte. La prima è la componente speculativa, cioè i capitali entrati durante la salita per approfittare della rapidità del rialzo: è in buona parte uscita nei mesi scorsi, e proprio questo spiega il raffreddamento delle quotazioni. La seconda è la domanda strutturale, che invece regge, e ha radici precise. Dopo il congelamento delle riserve russe denominate in dollari nel 2022, numerosi istituti centrali hanno accelerato la diversificazione verso un bene fisico che resta sotto il controllo diretto di chi lo detiene, e da allora, secondo il World Gold Council, gli acquisti hanno viaggiato in media intorno alle 1.000 tonnellate l’anno, a un ritmo molto superiore a quello del decennio precedente. Si tratta di una domanda che non risponde agli umori di breve periodo dei mercati e che continua a sostenere il prezzo anche nelle fasi di raffreddamento. È la differenza, spiega Galignani, tra un rialzo alimentato dalla sola euforia e uno poggiato su ragioni più solide: il primo si sgonfia in fretta quando cambia il vento, il secondo lascia il segno più a lungo. Finché la seconda componente resta in campo, il quadro di fondo non cambia.

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